Istruzioni per l’Uso (fake)

Quando mi vedi, non indossare baffi finti e non cambiare direzione.

Sono un disordinato pentito ma recidivo.

Il mio umore non corrisponde al meteo. Ma spesso il meteo corrisponde al mio umore.

Dico tutto quello che mi passa per la testa, senza pensare alle conseguenze. E’ il mio peggior difetto ma mi diverte troppo per smettere.

Sono irritante a volte. Fammelo notare, ti prego.

Non ho mai abbastanza calzini nel cassetto.

Sono mentalmente pigro e rimando. Poi giudico chi rimanda.

Mi piaci troppo per rinunciare a toccarti non appena sei nel mio raggio di azione.

Di notte mi giro a scatti.

Quando mi fisso su una cosa posso parlartene per ore. Puoi anche non ascoltarmi, ti capirò.

Adoro i gatti ma come i nostri non dimostro loro affetto.

Sono telefono-dipendente-compulsivo.

A volte faccio dialoghi immaginari e mi ritrovo a parlare da solo. A volte anche quando ci sono altre persone.

Se ho fame divento intrattabile.

 

Ventisei

Quando la cubica gialla ha suonato tre squilli lunghi e fastidiosi mi sono svegliato in un letto singolo, dentro una stanza freddissima, con un sonno mortale.
Al secondo squillo ho acceso il telefono. Al terzo stavo in bici direzione tribunale. Ed era già tardi.
Ma non mi importava niente.
L’unico pensiero era una serie alternata di stampatelli minuscoli blu e rossi.
L’unico pensiero era il prossimo passo, la prossima frase, il prossimo e primo SMS. O semplicemente vederti.
Dopo sei anni e una notte insonne, la sveglia anche stamani ha suonato tre volte.
Mi sono svegliato su un letto enorme, altissimo, con coperte rosse.
Di fianco a me dormivano le mie due donne, e non era il delirio di un sogno erotico.
Al secondo squillo ero in piedi.
Al terzo bevevo caffè.
E poi la bici, in il freddo e il tribunale.
Ma il pensiero è sempre la prossima frase, il prossimo SMS, o semplicemente vederti.
Domani ferrara. Dove tutto è un po’ cominciato.
In testa Victor, Emily e il loro pianoforte.

Costruire

quando ho saputo che c’eri ho avuto paura.

inutile negarlo, perché sarebbe una falsità.

paura di noi, paura del domani, paura di non farcela, di non essere pronto. paura che la casa fosse troppo piccola e noi troppo disordinati, paura di non avere abbastanza denaro, paura di non saperti tenere in braccio, paura di farti male, paura delle scale, paura della gente, paura del freddo in inverno e del caldo d’estate, paura di non fare più l’amore come prima, paura delle malattie, paura di invecchiare o che gli altri mi vedessero più vecchio.

questo è crescere, mi sono detto. ora basta. cresci.

così sei nata tu.

e sarebbe falso dire ora che è stato tutto facile.

non è stato difficile, questo si.

ma siamo stati e siamo svegli diverse ore a notte, alle volte stai male e non sappiamo bene perché, certe volte non mangi e ci preoccupiamo. Non sappiamo mai se ti abbiamo coperto troppo o troppo poco. non sappiamo se stai giocando con cose pericolose o con cose noiose.

siamo forse più invecchiati, più stanchi, più nervosi e la gente per strada mi sta ancora più sulle palle di prima (ed è tutto dire).

Costruire. Come il 21 marzo, come il primo abbraccio, come una matita intera, come la primavera.

Nessuno dice che sia facile, o che non faccia paura.

Ma è dannatamente, meravigliosamente, fottutamente bello.

Venticinque/12/Duemilaundici

E così, inspiegabilmente, siamo arrivati al venticinque dicembre 2011, al primo natale di Neve, al primo natale pure nostro, quello di Simo e Pru non solo semplici romanticoni sposati, ma anche un po’ anziani genitori. Più genitori che anziani.

Abbiamo organizzato la cena della vigilia, coi nonni fiorentini (che poi sarebbero i miei anziani genitori, più genitori che anziani pure loro..) e i loro rispettivi compagni.

Roba da fantascienza a parlarne al me stesso di sei o sette anni fa..

Invece la fantascienza non c’entra, qui si tratta di semplice e lineare biologia: Mendel non si sbagliava, qui basta incrociare un pisello rugoso con uno liscio che.. oh, ma forse sto divagando.

non fateci caso, il sottofondo acustico di Via col vento mi rende molesto.

Più della norma intendo.

Insomma dicevo che abbiamo organizzato la cena della vigilia a casa nostra, con la tovaglia del natale e un sacco di cibarie. Abbiamo pure fatto la cascata di prosciutto. (un ruscellino in realtà)

Poi i regali: Neve ha aperto tantissimi pacchetti, tra cui ricordo un delizioso telecomando che parla in spagnolo, una scatola di cubetti grandi quanto i mattoni traforati di casa nostra, una bambola mydoll ancora senza nome, ma con cappello, un set di abitini, una deliziosa sediolina e un cassettoncino che si trasforma in scrivania rosa e bianco.

poi un totoro bellissimo che viene dal giappone e un coniglio che si scalda sul termosifone.

Le gatte hanno gustato i pranzetti e noi ci siamo regalati infine un meritato sonno fino al venticinque.

Il giorno di natale siamo tornati dalla nonna per il pranzo, nonostante avessimo casa invasa dagli avanzi della vigilia.

E oggi.. oggi siamo rimasti a letto. Ecco, il giorno migliore.

Casa, caldino, sonno. Un po’ di film in sottofondo e poi tisane, dolcetti, nutella fatta in casa, neve che scavalla e dice un sacco di sillabe, tra le quali pare ci siano anche “Ba” e “Bo”.

Non necessariamente in quest’ordine.

E sono felice.

Lo scrive sempre pru, sul suo blog, che pare io non lo sia.

Invece è così. Sono davvero felice. Ma sono timido.

cavatelli a natale

il meteo ha voluto smentirmi, evitando la nevicata tradizionale del penultimo venerdì prima di Natale.

mi scuso con le centinaia di migliaia (2) di fiorentini che, lettori assidui del mio blog, si sono precipitati nel caos cittadino sperando di sfuggire alla tormenta di neve che avrebbe dovuto imperversare per la città.

il panico provocato da questo allarmismo di cui mi prendo ogni merito, ha generato code su tutta la rete stradale.

per vedere il mercatino natalizio di santa croce ho impiegato lo stesso tempo che ci è voluto per vedere l’omonimo di Trento.

in compenso, devo dirlo spernacchiando tutti e trentatrè i trentini, il mercato finto-natalizio di santa croce è risultato più economico e decisamente più fruttifero.

non svelo troppo, ma abbiamo trovato alcuni regali, tra cui il mio che ci hanno soddisfatto molto. siamo al 16 dicembre e stiamo ora pensando ai regali.. se non li trovavamo in santa croce dovevo rubarli ai vicini la notte del 24.

sarebbe stato divertente: abbiamo un vicino tossico e l’altro morente.. al primo avrei rubato la bamba e al secondo un paio di mie vecchie camicie che si divertiva a rubarmi da vivo.

tornati a casa tra le urla di Neve (perché voi incauti cittadini ve la siete scansata, ma noi la tormenta s’é avuta eccome) abbiamo fatto una merencena a base di crostatine e tisana. Neve ha spazzolato un vasetto di yogurt a tempo record.

Poi, dopo aver dimostrato una certa stanchezza (inspiegabile dopo una giornata intera passata ad urlare e arrampicarsi sugli anziani genitori) è finita collassata nel suo lettino (prima però lo ha duramente punito a testate..).

Sceso al piano cucina ho scovato pru in versione puglia mia fatti capanna che faceva i cavatelli a mano.

Neve dormiva, pru stendeva i cavatelli con le dita e l’acqua sobbolliva sotto le luci del nostro albero di natale.

se fosse sceso un santa claus dal camino che non abbiamo mi sarei stupito meno.

e no, cano, non è un invito a travestirti da babbo natale.

poi, al risveglio della nanetta abbiamo cenato con una meravigliosa pasta coi ceci.

Neve ha preferito il nasello: purtroppo ci sono alcune nefaste influenze casalinghe che non riusciamo a deviare.

E adesso eccoci qui, ad attendere il sonno della pupa per riposarci di questa bellissima giornata.

Ah, volevamo dire che qui c’è persino la prima lettera a Babbo Natale di Neve: ce l’ha dettata e comunque vuole indirizzarla ai nonni, chiedendo poi a questi di mandarla al polo nord.

ammetto che è un giro postale piuttosto contorto, ma considerate quanto lavoro diamo ai poveri portalettere, sempre in crisi.

un caro saluto alla renna rodolfo, che mi ha tenuto compagnia quando ero piccolo e nessuno mi faceva i cavatelli coi ceci.

quando avevo un mangianastri e un raccontastorie. e il massimo del natale era Gobbolino.

molto tenero, ma grazie. preferisco i cavatelli.

Il penultimo venerdì prima di Natale

Il penultimo venerdì prima di Natale, a Firenze, nevica.

sono due anni che fa così e magari questa volta riuscirà a smentirmi, ma io non mi fido e questo venerdì me ne resterò comodo a guardare le finestre di casa, in attesa che scenda la temperatura e quell’aria che pare nebbia diventi un cumulo di spruzzi bianchi.

questo messaggio lo scrivo il 13, tre giorni prima, con la segreta speranza che, almeno quest’anno, qualcuno si ricordi che nevica sempre il penultimo venerdì prima di Natale.

allora se non siete in grado di gestirla, questa cosa della neve, fate come me: state a casa.

Non ci provate, lo so che ce le avete, le catene. Ma tanto non sapete montarle.

non sapete neppure come si apre, la scatola delle catene: l’avete comprata nel 2007 insieme alla macchina e ancora non l’avete mai usata. Dentro può esserci di tutto, persino una manciata di sassi.

e le gomme da neve non servono a nulla: tengono giusto i primi centimetri, ma quando avete mezzo metro di bianco davanti siete fregati.

non le leggete le istruzioni?

e quindi state a casa. leggete un libro, accendete il camino se ce l’avete, scaldatevi una cioccolata calda o una tisana o un the.

accendetevi la pipa se potete.

la neve è bellissima ma va lasciata scendere. tanto nè io nè voi possiamo fare nulla per cambiare le cose.

accettatelo e scoprirete che il penultimo venerdì prima di Natale potrà essere un giorno meraviglioso.

 

Snow here, New Year

L’aria frizzante delle montagne trentine ha portato una ventata di cambiamento, l’ultima per quest’anno (almeno credo).

Dopo aver rivoluzionato casa, creato una cameretta al posto della stanza del disagio, ricreato camera nostra ex tenda romantica ora più baita alpina, ridistribuito il soggiorno cucina,

eccoci finalmente a ricostruire il blog.

Splinder chiude e si deve pensare al futuro.

Era il 2006 quando aprivo il blog su splinder.

In realtà era il 2005 quando aprivo un blog, il mio primo blog.

Molte cose sono successe, la maggior parte delle quali ad oggi magicamente inspiegabili, sta di fatto che se oggi sono qui, mi sono sposato e ho una bimba di 8 mesi lo devo a questa specie di taccuino digitale chiamato blog.

Quindi pareva brutto, all’indomani della notizia che Splinder avrebbe chiuso i battenti, lasciar morire i miei 460 post (un grafomane prossimo alla schizzofrenia, con tutta evidenza, ma sono in amorevole compagnia) abbandonare il vetusto mondo dei blogger e salutare ossequioso.

In realtà credo sinceramente che la storia del blog abbia generato grandissimi mostri ma anche belle pagine di piacevole letteratura. Forse noi tutti ci sentiamo aspiranti scrittori, anzi qualcosa di più.

Forse è vero quello che dice Fabio Volo: che i blogger si sentono ganzi insultando gli altri dal loro piedistallo (a proposito: io odio Fabio Volo).

Ma c’è da dire che in tutto questo gran guazzabuglio mediatico tra tante pagine di nomi e cognomi a cui facebook ci ha ormai inquinato e abituato, uno spazio così, pieno solo di lettere, spazi e una delirante punteggiatura lo trovo un modo nobile di passare il tempo.

E poco importa se siamo poco letterati, se siamo forse un po’ snob e anche stronzi il più delle volte.

Con quello che passa oggi il convento sotto il fronte cultura, ringraziamo il cielo che qualcuno continui a fare un tenue esercizio di stile per mantenere appuntita la propria penna.

Magari una bic.

Will we grow

Eccomi qua, eccoci qua, eccoti qua.
Noi, Io, Tu, Lei, Loro.

Eccoci dopo un percorso lungo un discorso, largo una parola, profondo una canzone.
Cresciuti, cambiati, ingrassati, stanchi, nervosi, arrabbiati, ansiosi, innamorati, felici.

E in un blog, dove tutto è cominciato, mi ci ritrovo ogni tanto a gettare cartocci di pensieri con la speranza di conservarli intatti e ritrovarli qui, tra le righe di una canzone, tra le riMe di una canzone, e poi ritrovarli a casa.
ogni sera.
al mio ritorno.
Sfilo le scarpe in silenzio nel corridoio e fisso il tavolo vuoto, la cucina immersa nel buio.
Appendo la giacca alla prima sedia, mi slaccio la cravatta, guardo Lorelein che mi saluta rotolandosi.
e ricambio.
poi salgo le scale e vedo una stanza chiusa, il Tuo rifugio, il Suo rifugio.
Sorrido.
E ripenso alla nostra prima notte in un letto singolo in una casa molto fredda.
Poi ricordo Ferrara, in una stanza avvolta dal caos e un futon coi pallet.
E le luci rosse da comodino prese all'Obi.
Una tenda color petrolio.
Sorrido.
Sei dentro la stanza, la Sua stanza e non esci.
Mi avrai sentito?
Sai che sono qui?
Si, lo sai.
lo sapete.
Mi aspettate.
Intanto la Guendalina reclama il suo cibo, lei reclama sempre il cibo.
E il cano, che te lo dico a fare.
Mi spoglio in cameretta, ripongo i vestiti nell'armadio, arrotolo la cintura.
Poi mi vesto con la tuta da casa.
Torno in corridoio, la porta resta chiusa.
Scendo in cucina, preparo la cena o mangeremo troppo tardi.
Apro i cassetti, spalanco il frigo, e accendo i fornelli.
Sky.
Comincio ad apparecchiare.
Ogni tanto fisso le scale, la cima delle scale.
Ma non scende nessuno.
Ad un certo punto mi viene pure il sospetto che non ci sia effettivamente nessuno.
No, è impossibile.
Ci siete, lo so.
La ventola della cappa aspirante fa un rumore esagerato per il suo compito.
Le tovagliette rotonde dell'Ikea.
I piatti.
Le forchette.
I coltelli.
Qualcosa bolle, qualcosa bolle sempre.
E allora sarà pasta, forse. o riso. magari.
Ad un certo punto lo sento.
Il rumore della porta, lo riconosco come i gatti.
E vi sento, finalmente, scendere le scale.
Siete una in braccio all'altra e mi salutate.
Sorrido.
Siamo una famiglia.

E se questo sembra un racconto triste, sappiate che non c'è niente di più felice di una normalità come questa.
si cresce.
Visto? non era poi così difficile.

Autunno in Giappone

cadono le foglie.
anche quelle dei sempreverdi.

mi mancherà l'odore del bambù, la sensazione del cotone grezzo sulla pelle.
il mio collo blu.

mi mancherà stare a piedi nudi sul parquet, il silenzio e la meditazione.
restare seduto, con le gambe flesse e le mani a disegnare un cerchio.

mi mancherà poter lasciare tutto fuori per due ore, urlare senza cattiveria.
poi anche ridere e sorridere anche solo di niente.

mi mancherà parlare in giapponese o anche solo fingere di saperlo fare.
mi mancherà inciampare con quella camminata strana, o perché ho l'hakama troppo lunga.

mi mancherà indossare l'armatura, salutandola e ringraziandola per i colpi dai quali mi protegge e proteggerà.
averne cura come una sorella.

mi mancherà il combattimento. il profondo rispetto e l'inchino all'avversario.

mi mancherà ripiegare le sette pieghe, che non tornano mai al loro posto, un po' come le mie virtù.
mi mancherà questa sensazione di familiarità, quella sensazione di essere finalmente nel proprio mondo, quando quello la fuori non ti capisce.
un mondo dove tutti conoscono perfettamente Miyazaki, Hisaishi, Kitano, Murakami.

mi mancherà farlo con te. portarci Neve, un giorno.
piede destro avanti, il sinistro arretrato con il tallone leggermente sollevato.
in kamae.

mi mancherà.

Le Traiettorie delle Mongolfiere

Domenica ferrarese e nel parco urbano, sospese nel cielo, silenziose si gonfiano di fuoco le mongolfiere.
Siamo di spalle, quando la prima, senza un lamento, sospende la luce d'un tratto l'erba è ombra bruna.
Ci voltiamo, in tre.
Io cerco la macchina fotografica, appesa al passeggino.
Pru ha in braccio Neve.
Quella sfera multicolore si ferma, nel cielo, per farsi guardare da occhi nuovi.

Ed io fermo, sorveglio il cielo.
Davvero non sciolgo la matassa del volo e non distinguo più l'inizio, di quando sono partite.
Scatti.

Neve sorride, Pru sorride.
E Le Mongolfiere si moltiplicano nell'azzurro, compiendo movimenti impercettibili.
Un attimo sono davanti, l'istante successivo sono sopra di noi.
Poi le guardo e sono solo piastrelle colorate d'orizzonte.

Dentro alla mia fumogena stanza di studio, ascolto musica celtica e respiro l'aria di Galway, colorata come le bolle di tela che volavano a Ferrara.

Poi Ti leggo (non credere che no).

Tolti gli ormeggi e la zavorra, siamo partiti.

Follow

Get every new post delivered to your Inbox.