Zoe

Ti ho trovato lo stesso giorno in cui ho perduto Lei.

Un occhio esterno penserebbe che sia cinico.

Sia cinico cercare subito un’altro come Te. Ma io non ho mai cercato nient’altro come te. Non lo vorrò mai.

Tu sei tu, resti lassù, una stella che ci guarda, come dice Neve.

E noi abbiamo uno spazio nel cuore, uno spazio che credo giusto offrire a qualcun altro. Perché nelle ore buie si possa essere tutti qui, su un divano, con una luce in mano e una coperta di lana che ti pizzica le gambe.

Così ho trovato Te.

Il Tuo viso è un enigma che scoprirò con il tempo, quella strana asimmetria simmetrica che ti rende buffa e misteriosa insieme.

Ti ho trovato e ti ho cercato. E quando siamo stati l’uno di fronte all’altro, Tu hai trovato me.

Presto verrai qui, a casa. E imparerai a vivere in questo regno del caos che è fatto di me, di Pru, di Neve e della Guendalina.

Ho deciso di farti un regalo (non so se sia per davvero un regalo, lo scoprirai con il tempo): ti regalo un Suo amico.

E’ venuto a casa mia nove anni fa, in un gennaio luminoso e pulito. Lui che di luminoso e pulito aveva solo il sacchetto di plastica in cui stava.

Ha mille storie da raccontarti, ma non farti incantare: sono vere solo a metà e quella metà è falsa del tutto.

A volte sparisce, a volte ritorna, pure lui. Ma non ti abbandonerà mai, perché non l’ha fatto neanche con Lei.

E quando verrai, anche Lui tornerà a casa. Finora non ce l’ho voluto perché avevo paura di rivederlo.

Ho deciso di farlo rientrare con te, in modo che anche per lui sia un giorno luminoso e pulito.

Benvenuta. Quel coso lì è il cano brutto. Tiè.

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18.09.2005 – 24.10.2014

ti ho voluta fortemente.

quando sei atterrata nel mio mondo, dal preciso istante in cui ti ho visto, dentro l’enorme gabbia in cui te ne stavi, stretta a tua mamma Giulietta, ho capito che saresti stata mia.

Non si tratta di presunzione e neanche di vero pronome possessivo. C’era e c’è sempre stata una segreta identità che ci univa; non saprei come altro dirlo.

Io non ero un padrone affettuoso, tu non eri accomodante. Eppure siamo sempre stati in sintonia.

Quando le cose andavano male, nell’ora più buia, sei arrivata.

E da allora tutto è andato benissimo.

Tutto il mondo in cui vivo è un Tuo personalissimo e segreto regalo, di cui solo oggi mi rendo conto.

Solo oggi. Solo questa mattina. Solo alle nove e quaranta, quando una voce al telefono mi ha detto che non c’eri più.

Te ne andavi, ogni tanto. Volevi metterti alla prova, capire i tuoi confini, o forse non li volevi proprio, dei confini.

E ti ho cercato tanto, in questi anni. Poi, quando cominciavo a pensare che non saresti tornata, rieccoti. Con quell’aria sfacciata di chi sa perfettamente come e quando tornare.

Anche stavolta hai fatto così.

Rimasto solo, sebbene per pochi giorni, sei tornata da me, dopo oltre due mesi di assenza.

Mesi in cui non ti ho cercato mai. Perché sapevo che non volevi essere trovata, perché sapevo che se volevi tornare sapevi come fare, perché tu sei fatta così.

E infatti sei tornata.

Ma stavolta ti eri spinta troppo oltre, hai messo alla prova i tuoi limiti e li hai incontrati, ad attenderti.

Ho sperato in questi giorni di riportarti a casa, di ricominciare silenziosamente il nostro rapporto fatto di tutto ma sempre di nulla. Con la serena certezza che saresti tornata via non appena rimessa in forze; per provare ad andare più in là. Per scoprire cosa c’era dopo.

Impaziente come al solito non hai atteso neanche di rimetterti in piedi. E ieri sera, mentre credevo di parlarti del tuo ritorno a casa, tu mi stavi salutando.

Poi, dopo l’ultima notte di riposo, questa mattina hai mangiato, bevuto, abbracciato il Cano e sei andata via.

Le gambe non ti reggevano, così le hai lasciate li, insieme a quel mucchietto di ossa che evidentemente trovavi ormai inutili.

E ora io sono qui che non posso più attendere il tuo ritorno, non posso più ringraziarti per tutto quello che hai fatto per me, per noi, in questi anni.

So che non tornerai.

Così ti saluto in silenzio, senza una carezza perché non ti piacciono.

Con un piccolo, impercettibile, cenno del capo.

E li vedo, i tuoi occhi verdi severi, che si socchiudono leggermente. Solo un attimo.

Poi non ci sei più.

Pru

Due notti fa ho sognato di svegliarmi nella mia vecchia casa, nella camera di quando avevo quindici anni.

Avevo la sensazione di stare li da molto tempo, anni; eppure ricordavo perfettamente tutta la mia vita di adesso.

Andavo nella casa accanto, quella in cui abita ora mio padre, e ci trovavo mio nonno: lui e mia nonna accudivano mio padre e mio zio, due bambini di cinque anni. Io però li vedevo con il volto di adesso.

Tornando a casa scoprivo che la mia camera non c’era più: era stata smantellata per farci uno studio.

Allora decidevo di tornare nella mia vera casa, la Nostra Casa.

Da un vecchio baule in soffitta tiravo fuori le mie clarks, ora nuove, ma nel sogno vecchie e impolverate.

Uscivo e per strada, mentre camminavo, provavo a chiamarti.

Avevo un vecchio telefono, e i tasti erano tutti disordinati. Non riuscivo a comporre il numero, alcun numero.

Finalmente, dopo vari tentativi, mi usciva quello di casa.

Dopo due squilli la tua voce. Ero contento, ma tu continuavi a ripetermi che avevo alcune mail da leggere e vari messaggi di segreteria.

Infine capivo: non eri tu, solamente una voce registrata.

Intanto continuavo a camminare verso Casa Nostra, ero quasi sul ponte sopra la ferrovia.

Riagganciavo e provavo a cercarti sul cellulare.

Dopo i soliti, molteplici, tentativi, riuscivo a fare il numero e mi rispondevi.

La tua voce era diversa, lontana. Come di anni e anni prima.

Mi dicevi che il freddo ti aveva fatto cadere l’anello. E non ricordavi più dove fosse finito.

Salivo il ponte della ferrovia, mentre ti parlavo. Tu non davi risposte, eri vaga.

Forse un’altra voce registrata.

Poi, in cima alle scale, capivo.

Il ponte era spezzato a metà e oltre quello tutte le case, compresa Casa Nostra, erano distrutte.

Una cappa di gelo copriva quel lato di città.

Pensavo al freddo, alla neve. E mi tornava in mente un cartone animato di cui la nostra bambina va matta.

Sorridevo. E’ un sogno.

Mi svegliavo.

Io non sono bravo ad interpretare i sogni, così il giorno dopo te l’ho raccontato.

“La cosa angosciante nel sogno è che Tu non avessi una casa” mi hai detto. “Che la cercassi in ogni casa, senza trovarla”.

Ci ho riflettuto, in questi due giorni.

La cosa angosciante nel sogno è che non ci fossi Tu.

Non sono le mura che fanno una casa. O la tappezzeria. 

O qualche vestito nell’armadio.

E’ il tuo essere così come sei: bella, intelligente, pigra, acuta, attenta, disordinata, incostante, divertente, attraente, assonnata, interessata, felice, imbarazzata, seria, 

Forse molte altre tue qualità e altrettanti difetti li dimentico, per poi ricordarli durante le ore del giorno.

Ma il discorso non cambia.

Se sono così felice di Essere Me, lo devo a Te.

Così, oggi, ti dico grazie.

E anche auguri.

Pru.

 

 

Frasi da ricordare

Ci sono molte date a cui sono legato.

Il 9 gennaio mi è utile perché senza questo non sarei qui.

Il 25 dicembre lo apprezzo molto, ma soprattutto adoro le tre settimane antecedenti.

Il 19 maggio è un giorno fondamentale della mia vita.

l’8 aprile è un’altra data da cui è impossibile prescindere.

Il 7 maggio è un’altra data utile, senza la quale almeno 3 su 4 delle date dette prima non avrebbero granché senso.

Il 27 gennaio.

[ TV, Neve guarda la sigla di David Gnomo: “Uh guarda, mia mamma! con un nanetto! Si conoscono!”] Una data strana, direi.

Diciamo sempre che ci siamo conosciuti il 27 gennaio, che tutto è partito da qui, oggi.

E’ un po’ vero, ma non del tutto. Come dire che il Pandoro è fatto quando lo stai per infornare. Dimenticando quindi le 12 ore antecedenti e le sue tre o quattro lievitazioni.

(Anche il pandoro senza il 7 maggio avrebbe poco senso)

Non fai che ripetermi, il 26 sera, che io ero in palestra. Che manco ci pensavo a te.

Che sono rientrato tardi e mi sono connesso solo perché tu hai cambiato il tuo avatar precedente, Corto Maltese, con una tua foto.

Come se Corto Maltese non bastasse. Bah.

In palestra, la sera del 26 sono stato tutto il tempo a parlare con Moreno, la maggior sudata è stata nel bagno turco.

Parlavo di te.

[ rilassati. Neve si alza di scatto dal letto. “uh si! dove si va?” no, non “rialzati”, rilassati ho detto. “Uh ho capito male”]

Ora non starei proprio qui ad entrare nei dettagli, ché son cose da uomini un po’ tecniche e magari fraintendi, ma sappi che la casacca di Corto Maltese, le sue basette ed il suo strano rapporto con certi autoctoni di colore non c’entravano affatto.

Appena rientrato faceva un gran freddo, ero nella mia cameretta e il pc acceso mi attendeva.

Tu stavi decidendo se andare o meno a Pisa. Facendo tappa a Firenze.

Io avevo già deciso che saresti andata a Pisa. Facendo tappa a Firenze.

Abbiamo fatto molto tardi. Ed eravamo stanchi. Ma nessuno dei due voleva dormire.

[ora leggiamo un libro. “E poi?” . Poi spengo la luce. “E poi?”. Poi dormiamo. “E poi?”. Poi sogniamo. “E poi?“. Poi è mattina e ci alziamo. “Io non riesco a dormire“. Contiamo le pecorelle? .”No, contiamo i numeri?” Va bene. “Però loro non saltano“. Eh no. “Peccato“]

Avevamo mille idee per festeggiare questa ricorrenza: Ma è bastato miele, qualche goccia di limone, sale, una doccia, due accappatoi, un locale con una cuoca canadese, pancakes, french toast,patate arrosto con la buccia, una nuova serie televisiva, cappelli.

Il riassunto di tutta la nostra vita, forse a qualcuno potrà sembrare banale, ma ho capito che la semplicità la si può complicare quanto si vuole.

Basically Run

Lunedì Neve ha cominciato l’asilo.

Ha due anni e mezzo, la sua simpatia e bellezza mi sconcertano ogni giorno.

Cresce con la rapidità con cui torno la sera, in bici, dal mio studio. Stanco, a volte con in testa mille pensieri, mille scadenze cui devo far fronte da solo perché lavorare da soli è bello ma al tempo stesso complicatissimo.

Torno in casa e mi vengono incontro due piccoli soli: Neve, col suo sguardo attento. Pru con il suo sorriso maturo.

Siamo tutti un gradino più in alto, ad un livello più alto; senza sapere come, senza un manuale da seguire.

La letteratura spiega tante cose, ma qui il mio vocabolario finisce, è come imparare una nuova lingua e scoprire che domani è già morta; e si è frantumata in mille dialetti diversi, di cui comprendi due parole su cinque. Fino a qualche anno fa, quando mi succedeva, era solo per una mia momentanea vacanza in Puglia. Oggi è il nostro pane quotidiano.

Pru cuce abiti da principesse, borse porta tabacco e borse che volano lontane, oltre oceano, insieme ai nostri amici.

Altri ci seguono a distanza, preparano nuovi nidi, e schiudono le loro uova; ma per loro non ho consigli da dare, perché è una lingua che non parlo più e ho paura di sbagliare e di farli sbagliare.

Così li lascio a riflettere e mi lascio riflettere su questo anno così diverso da tutto quello che abbiamo fatto finora: il mio lavoro mi ha portato molto più a largo di quanto avrei mai pensato (sperato o meno). In acque che non sono sicuro di saper nuotare: galleggio.

Pru ha ricominciato l’università ma non è facile come mamma a tempo pieno; e come mamma a tempo determinato è facile solo sui libri di testo di tata Lucia. L’asilo è solo un’altra difficoltà, un’altra corsa.

Neve deve imparare a relazionarsi con gli altri, con maestre sconosciute presentate come migliori amiche e con bambini sconosciuti che diffidano gli uni degli altri: a lei spetta forse il lavoro più difficile perché almeno noi capiamo perché stiamo facendo tutto questo. Lei no. E in più i bambini sono tutti stronzi. Quella storia che dovevano essere di sinistra è solo uno slogan degli anni 90.

E anche scrivere qui è come pescare frammenti casuali sperando che abbiano un senso, ma non è detto. Niente è più detto.

Non riesco a finire nessun libro, ne comincio troppi. Non riesco a dormire bene da un po’ ma è solo che si cresce e forse lo si fa in maniera troppo rapida, radicale. Come in Big Fish, quando il protagonista deve stare a letto da piccolo (o almeno mi pare andasse così, non ricordo più molto bene).

A volte sono nervoso e non so neanche io il perché. Mi irrita tutto e vorrei solo chiudermi in casa, un giorno, con Neve e Pru, sul divano. Fermo. Non si può più stare fermi.

L’unico modo è correre tutti insieme: fianco a fianco. Non so dove si arriverà.

Ecco perché in questi ultimi tempi mi sono così legato alla pipa, come mai negli ultimi dieci anni in cui la fumo. Mi illude di prendermi del tempo. Di fermarmi.

Questo post non ha gran senso, perché la grammatica è sopravvalutata. Ed è già tardi.

Devo correre.

duemilacentonovanta

..tanti sono i giorni che abbiamo messo da quel 19 maggio 2007 in cui di fronte ad un piccolo parroco di campagna, in una chiesetta forse più piccola del nostro salotto, ricolma di persone venute da ogni parte di italia a sentircelo dire, quel “si”.

Col fotografo di Cortina, oggi nostro amico su facebook, coi testimoni di nozze che a rivederli oggi non li riconosceresti o quasi, tutti cambiati: coppie scoppiate, ricomposte, figli, matrimoni.

Con i parenti dalla puglia, coi tuoi nonni a bere mojito al lampone fatto preparare appositamente da tuo fratello; con la tua amica delle elementari, tampinata da vari individui, con uno dei quali poi andrà a convivere, nella gioia e nel dolore.

Tanti sono i giorni che ci separano da quella torta fasciata di rose rosse, e mentre la tagliamo e brindiamo, un misterioso individuo fa capolino dalla finestra alle nostre spalle (per nostra fortuna non lo rivedremo più.. forse un fantasma di villa Montalto che per folclore fa questo scherzo a tutti i matrimoni).

duemilacentonovanta.

sembrano tanti, ma neppure per idea: la metà(e lo dico per difetto) li abbiamo dormiti.

sicché siamo già a milleenovantacinque.

poi se togliamo le ore in cui non eravamo insieme, pochissime, ma pur sempre un numero, direi che si arriva a milleenovanta.

Di questi ne abbiamo passati almeno cinquecento senza la Guendalina. Sicché siamo a cinquecentonovanta.

Abbiamo atteso Neve per duecentosettanta giorni, prima di conoscerla. Siamo a trecentoventi. Ho cucinato cose (alcune buone, certe persino ottime, molte trascurabili) per un centinaio di giorni. Siamo a duecentoventi.

Abbiamo riso per 100 giorni (notti incluse).

Abbiamo fatto l’amore per cento giorni (notti incluse).

Abbiamo discusso per una buona mezz’ora.

Siamo stati quindici giorni in macchina.

Cinque giorni, sono passati cinque giorni. Ancora ricordo il tuo profumo, il tuo respiro (anche quand’ero molesto, in chiesa, eri nervosa).

Ricordo il rumore dei tuoi passi sui marciapiedi del centro.

Il vecchio con le buste della spesa nel piccolo autobus elettrico.

San miniato e la panchina, circondati di gelsomini.

Cinque giorni. Ora sei in camera con neve, per farla dormire, in attesa di preparare la nostra cena. E mi sembra sia passato, non dico un’eternità, ma almeno quattro giorni che non ti vedo.

Un giorno, e già mi manchi. E ora, anche se un po’ stanchi lo siamo sempre, a quest’ora, il pensiero di dormire mi è insopportabile.

Ti amo.duemilacentonovantavolte, ti amo.

L’arte di correre

un po’ per caso mi sono ritrovato a correre.

Pru una sera, sul divano, mi dice che la mattina dopo sarebbe andata a correre. Lo ammetto ero incredulo, pensavo che poi, alle otto del giorno dopo, si sarebbe rincalzata meglio le coperte e avrebbe rimandato tutto al giorno successivo; “certo che ti bevi tutto, Simo” avrebbe detto. “son cose che si dicono, la sera, tanto per” e si sarebbe riaddormentata.

Invece no.

Al mattino, di buon’ora, si è alzata, si è messa una tuta comoda e scarpe da running ed è partita, con la musica nelle orecchie. Era forse il primo mattino di sole dopo tanto, e nell’aria ormai si sentiva il profumo dell’erba fresca.

Mentre Neve finiva di fare colazione è suonato il campanello e una Pru accaldata si è affacciata alla porta.

Dopo la doccia e un caffè aveva il sorriso della mia Pru, quella di cui mi sono innamorato un giorno in una stazione e non l’ho fatta più partire. E allora ho capito che dovevo correre anche io, per inseguire e raggiungere questo stato di felicità.

Non che non sia felice, senza la corsa. No. Ero anzi sono molto felice. Ma la mia adesso è una felicità matura, quella di padre, di marito, di uomo. Una bellissima e nuova felicità che ancora ogni giorno mi stupisce e mi affascina, perché non l’avevo mai vissuta prima.

Invece volevo trovare nella mia felicità di adesso quella cosa che già conoscevo, che ho già assaggiato durante i primi mesi del 2006. Così ho pensato di cercarla correndo.

Ho cominciato a correre una sera, verso le sette. Poco prima della cena di Neve.

Nelle orecchie gli Archive. Lights.

Il sole stava dorando la strada, mentre si preparava al tramonto.

Nel parco di fronte casa non è un’idea particolarmente originale mettersi a correre: lo fanno anzi in diversi, a qualunque ora del giorno; anche perché è bello correre in quel parco.

Mentre correvo pensavo a noi. Al fatto che oggi sembra sia stato tutto così facile.

Incontrarsi, amarsi, sposarsi, mettere su casa, fare un figlio, traslocare, lavorare, studiare.

Tutti quelli che ci conoscono lo pensano. “Se penso ad una cosa felice, mi venite in mente tu e Pru” mi ha detto uno dei miei migliori amici, qualche sera fa davanti ad una birra.

Eppure proprio facile non lo è stato. Naturale, certo. Ma ci abbiamo messo molto, moltissimo impegno. E fatica. E ce ne mettiamo veramente tanta, ogni giorno, perché tutto sia perfetto e felice.

Ci sono sere in cui siamo così stanchi che dopo aver messo a dormire neve non riusciamo neanche a metterci sul divano. Non riusciamo neanche a leggere qualche pagina. Siamo restati drammaticamente indietro con molte delle nostre serie televisive preferite.

E abbiamo giornate piene, dense, come una crema curd, con cui Pru ha farcito la torta di compleanno di Neve, poche settimane fa. Un lavoro immane quella torta.

E allora mentre corro penso che tutto quello che abbiamo ce lo meritiamo. Non è un caso. Non è fortuna. Ce lo meritiamo perché ci diamo tanto da fare perché tutto sia così.

Abbiamo una figlia bellissima e simpaticissima che tutti adorano. Dorme la notte, vuol bene al mondo intero e tutto sommato è facilmente gestibile. Credete sia un caso? No, ce la siamo proprio meritata.

Come la corsa. Ho corso tanto (per me). E alla fine della corsa, rientrato in casa, stanco sudato e con le gambe che mi bruciavano ho detto: “Stasera carbonara sudicia!”.

Applausi.

Ce la siamo meritata. Cazzo.

Gargiulio, la polinesia e un tuffo nel passato

Gargiulio era, inspiegabilmente, amico mio e (forse) mio collega.

Innamorato perdutamente e spero ricambiato di una polinesiana in fuga da misteriosi criminali russi. 

Scena: aeroporto, giorno.

Io, Gargiulio e la polinesiana cerchiamo di eludere la sorveglianza della malavita e imbarcare il loro sogno d’amore e loro medesimi su un volo diretto (presumo) in polinesia.

La sorveglianza ferma tutte le coppie, pertanto suggerisco di fingersi un terzetto, rapendo una ragazzina (nel sogno aveva un nome e cognome, ma qui lasciamola in anonimato) e trascinandola in polinesia con loro.

Il piano riesce e la polinesiana, salutandomi, mi lascia un misterioso dispositivo in grado, premendo un pulsante, di trasportarmi nel passato o nel futuro, in maniera del tutto casuale e senza ritorno, perché il dispositivo non verrebbe con me.

La ringrazio tanto del dono tanto inutile e dannoso, decidendo di disfarmene quanto prima e nel frattempo lo infilo nella tasca dietro dei pantaloni.

Salendo in auto, come un cretino, lo attivo sedendomici sopra.

Tutto evapora e mi ritrovo seduto sullo sgabello di un bar.

Scena: Bologna, prima mattina, bar della stazione.

Scopro da un giornale che sono nel 2004, settembre.

Mille dubbi circa il da farsi, ma un’unica certezza: primo treno, direzione ferrara.

Giungo davanti alla vecchia casa in via Beatrice d’Este, vecchia per me, non per te. Suono.

Improvviso una scusa, cerco una stanza da prendere in affitto, salgo, mi apre Giulia.

Calcio champagne, me la gioco benissimo e lei è d’accordo, ma deve sentire gli altri coinquilini e in particolare la più difficile, che al momento (ora di pranzo) sta dormendo. E chi sono io per svegliar(ti)la?

Decido di tornare più tardi, nel pomeriggio. Nel frattempo tento di usare il mio bancomat e (culo) funziona. Almeno mangio.

Nel pomeriggio ritorno da voi, ma in realtà volete solo portarmi a riunione per farmi processare dagli Scacchi.

Calcio champagne, e che ci vuole.

Scena: sede scacchi, sera, Andrea XIX.

Processo agile come non mai, ad un certo punto devo baciare qualcuno a caso.. sei dietro di me (anche se dovresti essere fante.. mah.. ) in ogni caso.. bacio.

Ti incazzi, ma tanto io me la gioco bene uguale (anzi.. forse pure troppo.. Giulia insiste perché dorma da voi.. stai a vedere che faccio casino.. invece no, la tua è la sola stanza doppia).

Scena: notte fonda, camera tua, letto. stranamente vestiti. Un sogno con te e neanche una tetta, sto veramente invecchiando male. Mi fingo 28enne (se ne dico di meno sospetto di portarli male).

Fai le predizioni, mi dici. Pure io, rispondo. Però non uso i tarocchi, carte da gioco napoletane.

Calcio champagne, indovino tutto, a metà tra mago merlino e un fottuto stalker. Ti faccio ridere, ma non come quando ci siamo conosciuti nella prima versione.

Alla fine dormiamo e al mattino (ore 12:00) mi alzo ovviamente molto prima di te e scendo alla Conad a comprare tutto per il pranzo.

Spaghetti al pomodoro fresco e basilico. una punta di zucchero. Le coinquiline mi fanno la Ola.

E pure tu, finalmente, capitoli.

Usciamo per una passeggiata, in centro. Parliamo e indovino le tue canzoni preferite, ma non mi azzardo troppo per timore di anticipare i tempi dicendoti titoli che ancora non sono stati incisi.

Sbaglio una battuta su Harry Potter e il calice di fuoco feat. Edoardo Culone. Ma intanto il mio brccio scorre lungo la tua spalla.

Al ritorno incrociamo l’ex. E ti pareva. Poi forse a questo punto mica tanto ex.

Difatti si incazza e anche parecchio, stai a vedere che ora mi mena, pure. Discutete ma poi sali in macchina con lui e partite (forse per chiarirvi altrove, chissà.)

Resto sotto casa tua e suono il campanello, ma in casa non c’è nessuno e tu non mi hai lasciato le chiavi. E ora?

Mi ricordo improvvisamente di avere in tasca il telefono, una roba estremamente futuribile in questo 2004. Ma la mia sim 3 è ovviamente funzionante e.. cazzo! 17 chiamate perse.. GARGIULO! 

Faccio per richiamarlo, ma tutto evapora e mi sveglio nel nostro letto.

Cosa cavolo voleva gargiulo? non lo sapremo mai.

Nota: Gargiulo, interpretato da Gargiulo, il braccio destro di Coliandro.

zerozerosette

in questo periodo sto in fissa con 007.

non è colpa mia, semmai la causa è il canale cinema di sky che, per celebrare la sorprendente quanto inaspettata uscita del prossimo film dell’agente segreto al servizio segreto di sua maestà (segreta) ha aperto un canale a tema, che trasmette non stop solo film di 007.

sicché la sera vedo solo film di 007, registro film di 007, la notte sogno le tasse da pagare e poi arriva quella merdaccia di 007, vestito da tasso che lui le tasse non le paga, se le tromba (come riciclare una battuta vecchia di secoli: basta metterle uno smoking).

A suon di film ho capito la sottile dinamica di questo genere (perché è un genere a parte, eh; non è mica azione pistole e tette; quello è de sica che corre inseguito da una mafiosa in topless). pertanto ecco qui una rapida esegesi di cotanta filmografia.

Protagonista indiscusso è tale James Bond, inglese dalla nascita, con evidentemente un fratello o una sorella (che hanno generato James Bond jr. lo studente, il nuovo agente, proprio come zio James Bond).

Bond ha, per l’appunto, la sigla di 007, doppiozero per indicare che è morbido come una torta paradiso, ma proprio come quest’ultima può ucciderti e ne ha licenza. (campagna “temi la torta paradiso” promossa da questo blog a partire da oggi).

Il 7 è perché, ritengo, ce ne siano 6 prima di lui. Non è dato sapere come mai non si parli, che so, di 001. Probabilmente è molto più figo e molto più misterioso e quindi di lui non si sa un bel nulla.

Invece di 007 si sa che dove va combina una infinita quantità di morte e distruzione, scopandosi anche un gran numero di gentildonne che, un po’ come il marito della mantide, tendono a morire dopo la copula.

James Bond lavora per i servizi segreti britannici, alloggia solo in hotel di lusso, compra e distrugge una Aston Martin ultraequipaggiata alla settimana e beve solo Dom Perignon del 54 (ma in taluni film scala fino al 58.. probabilmente le bottiglie dal 54 al 57 le ha consumate tutte lui); il tutto a spese della comunità britannica che, non paga di stipendiare i reali, si balzella felice per far star bene anche il suo agente segreto preferito. Ah se Travaglio andasse un po’ oltremanica a scartavetrare i maroni a loro..

Non divaghiamo.

La dinamica di ogni film è la seguente.

Titoli di testa con l’immancabile canna di pistola rivolta verso un tizio in giacca e cravatta che cammina da destra a sinistra. All’improvviso con uno scatto felino questi si volta e spara. Mai una volta che colpisca per primo quell’altro.. dico io, ma cosa cazzo aspetti? appena lo vedi bang. Titoli di coda.

E invece no, dopo i titoli di testa ouverture di morti, in parti del mondo rigorosamente dove fa scalo la British Airways, per non pesare (troppo) sui contribuenti. Dietro le misteriose morti c’è una sola persona che ha in mente un piano diabolico per dominare il pianeta, chiedere un grasso riscatto oppure scatenare una guerra nucleare.

Subito al quartier generale dell’MI6 (servizi segreti britannici) arriva intorno alle 10 il nostro caro James Bond, lancia il cappello sulla cappelliera (ti pesa il culo portarcelo?) e flirta con Miss MoneyPenny (una segretaria tardona, l’unica che non castiga mai). Poi passa nello studio di M. il misterioso capo dei servizi segreti, camuffato abilmente da anziana signora diabetica per sviare i terroristi.

M lo informa che deve partire subito per _______ (località a vostra scelta che comprenda mare, sole, bikini e mojito, il tutto in minimo 4 stelle suite) dove chiaramente partono le indagini.

Come già detto, non si può trattare di una isola minore delle Barbados, deve essere la capitale sennò non c’è scalo. E dove non c’è scalo 007 non indaga, lo ha messo nero su bianco quando ha firmato l’assunzione a tempo indeterminato.

Prima di imbarcarsi passa al volo da Q (camuffato da nonno anziano dell’anziana vecchina diabetica), il genio dei servizi, che lo equipaggia di solito con una vettura poco vistosa (Aston Martin, BMW, o simili) che spara missili dal culo e fiamme dai fanali anteriori; poi gli passa un orologio (Omega o Rolex, mai un Casio..) perché Q per arrotondare fa il ricettatore e un’arma.

Con tutto quest’ambaradan 007 passa agilmente il controllo passeggeri e si prepara al decollo.

Scena successiva (qui si capisce la frustrazione per il clima che hanno gli inglesi) James Bond è già in camicia corta hawaiana e sigaro, sono le 11 del mattino, e lui è al quarto Vodka martini.

Ubriaco come un contadino maremmano avvicina il primo essere vivente che pare di sesso opposto al suo (in video noi vediamo un gran figone, ma è chiaramente una versione falsata dall’alcool che ha ingerito lui.. potrebbe anche essere M. o peggio.. Q) e con un paio di frasi se la porta a letto.

Inspiegabilmente questa si rivela essere una mossa astuta per avvicinarsi al cattivo di turno; infatti lei di solito prima se la faceva col cattivo e ha, casualmente, i biglietti per entrare ad un galà riservatissimo in cui partecipa anche l’antagonista.

Ecco il momento migliore del film: Bond, in smoking, arriva al galà e si mette al tavolo da gioco, dove sputtana qualche migliaio di sterline strappati a suon di tasse agli operai inglesi, finchè non si trova a giocare contro il cattivo: il culmine del film di spionaggio (attenzione a non cadere nell’errore.. questo non è film di spionaggio, è 007.. un genere a se stante) ovvero lui sa che bond è una spia e finge di non sapere, mentre bond sa che lui è malvagio ma finge che sia un simpatico avventore del locale; il tutto a vantaggio degli altri partecipanti al galà che hanno letto lo script e quindi sanno tutto.

ora invece di arrestare subito il cattivo, far piombare un esercito e chiudere baracca e burattini senza neanche troppo sbattimento, Bond preferisce umiliarlo al gioco, con un duplice scopo: farlo incazzare tremendamente e al tempo stesso sfatare il detto “sfortunato al gioco..” riacchiappando la bella per una nottata di sesso sfrenato.

Chiaramente il cattivo, alla prima distrazione di Bond, sequestra la donnina e la uccide. Questo è oltretutto un metodo contraccettivo piuttosto usato da 007 ma che poi per insondabili ragioni è stato condannato duramente dal tribunale per i diritti dell’uomo, vai a sapere un po’ perché.

Fase ludica del film: la penetrazione nel covo segreto. Bond, con l’aiuto di un macchinario fornito dal fido nonnetto riesce ad entrare nella fortezza (spesso un vulcano spento demolito e ricostruito in guisa di vulcano il tutto in una notte, per non farsi scoprire dal governo e non versare l’IMU) dove incontra una donna (la squinzia num.2 quella con cui tromba alla fine, ma non voglio anticiparvi troppo) che ha un conto in sospeso con il cattivo (gli ha ucciso il padre, la madre, un cugino, il figlio avuto da un agente segreto conosciuto in un film precedente ma interpretato da un altro attore per sviare i sospetti): insieme distruggeranno il covo o quasi, venendo catturati all’ultimo.

Scena cult: Bond e la squinzia, legati e il cattivo. Il cattivo spiega a Bond in dettaglio tutti i suoi piani, rivelando la sua propensione a divertirsi nel vedere nazioni che si fanno guerra usando armi nucleari. Poi passa ad illustrare un complicato strumento di morte che intende infliggere a 007, perché è ancora incazzato per la storia del poker. Qui si comprende l’architettura dell’intero film, quindi occorre attenzione: SE Bond non lo avesse stuzzicato al tavolo da gioco, SE non gli avesse trombato la ganza, SE non lo avesse umiliato in plurimi modi, probabilmente il cattivo gli avrebbe sparato alla schiena alle 11:30 del mattino e Bond ubriaco mezzo non avrebbe neanche saputo di essere mai stato vivo.

Invece, grazie a queste mosse che sembrano cretine ma non lo sono mai, il cattivo è spronato a far soffrire Bond e ad umiliarlo tentando di rendergli pan per focaccia.

Chiaramente fallisce perché il Rolex da 100 milioni di Bond è anche un supercomputer in grado di connettersi ad internet e scaricargli la posta elettronica, salvo non trovare nessuno messaggio perché siamo ancora nel 1970.

Lotta finale, il cattivo finisce malissimo. Esplosioni, Bond scappa con la squinzia a bordo di un canotto in mezzo all’oceano. Se la scopa e titoli di coda. Al termine dei titoli di coda, profittando del buio in sala Bond la getta a mare e con il suo Rolex da 100 milioni che è anche un motore fuoribordo plana fino alla più vicina spiaggia assolata delle hawaii, dove trascorrerà in fancazzo i prossimi tre mesi.

Fine.

Sigla.

Di chilometri, metri, centimetri e altre distanze

Al mio risveglio la prima cosa che noto è l’altezza.

Dopo anni passati a pochi centimetri di distanza dal legno scuro delle travi, dal tetto della nostra mansarda da letto, resto un istante scioccato per i metri che ora ci separano dal soffitto bianco.

Non credevo che sarebbe veramente successo: cioè lo sapevo, anzi, lo sapevamo e ne eravamo entusiasti.

Ma solo ieri, solo ieri sera, ci siamo resi conto, rientrando da queste ferie improvvisate settembrine, che non saremmo rientrati, come ogni volta, nella casa di legno e saggezza che ci eravamo costruiti attorno e che avevamo riempito di oggetti e ricordi fino a farla esplodere.

Ci siamo passati, e l’abbiamo salutata con un bacio.

E poi oltre. Verso il nostro prossimo destino, verso una di quelle case che diresti tradizionale, con una cucina che è una cucina e un bagno con la finestra. Con un balcone e un salotto. Camere tutte diverse e non sinergie murarie di fascinazione da rivista e praticità evanescente.

Eppure, pur comprendendo oggi come dovesse essere difficile e scomodo vivere nella nostra vecchia casa, non riesco a trovargli che pregi, primo tra tutti quello di renderci una famiglia vera, di darci un posto dove ritornare alla sera, dopo un concerto di Gianmaria Testa (ricordi?).

Così, alcune migliaia di chilometri dopo, al termine di questa piccola pausa tra le dolomiti e la murgia di altamura, rieccoci al nostro nuovo nido, tra pareti conosciute ma ancora tutte da coprire di impronte, con un parquet ancora troppo poco graffiato.

E se anche siamo gente di montagna, che ama la scamorza di Tarantino sul pane di Ortisei, alla fine restiamo cittadini di questa piccola e strana città.

mi chiedevo se saremmo stati diversi.

non lo so. ma so solo, come ogni anno in questo periodo, che sia tempo di portare nella nostra nuova casa un elemento imprescindibile, intramontabile, per noi.

Gli addobbi natalizi.

(e comunque i felini hanno pensato bene al nostro rientro di farci trovare traccia del nostro passato, per non scordare “l’aria” di casa)